Noi c’eravamo

A un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, resta viva una traccia che non riguarda solo le parole, ma il modo in cui quelle parole hanno provato a farsi pratica quotidiana. In particolare, il suo richiamo alla pace non è mai stato generico, né consolatorio. È stato, piuttosto, un invito esigente.

Non una pace qualsiasi. Non quella che coincide con la nostra tranquillità personale, né quella sospesa e immobile che separa una guerra dall’altra. Non una “pace negativa”, come l’ha definita Norberto Bobbio, ridotta semplicemente all’assenza di conflitto.

La pace di cui Papa Francesco si è fatto interprete è un’altra. È una pace che prende forma nel rispetto della dignità di ogni persona e dei suoi diritti fondamentali. Non nasce dai grandi annunci, ma dalla qualità delle relazioni, dalla capacità di riconoscere nell’altro qualcuno che ci riguarda.

Per questo non è mai qualcosa di già dato. È, allo stesso tempo, dono e responsabilità. Qualcosa che può essere accolto, ma che chiede di essere fatto crescere. Non un “prodotto industriale”, ma un lavoro artigianale: fatto di passaggi lenti, di attenzione, di continuità. Un lavoro che non si esaurisce, che non si può delegare, che richiede passione, pazienza ed esperienza. E soprattutto tenacia, giorno dopo giorno.

Dentro questo orizzonte si colloca anche l’esperienza di Fidas Milano. Nel 2023 abbiamo partecipato alla Marcia della Pace Perugia–Assisi, non per rappresentare qualcosa, ma per condividere un cammino. Un gesto semplice, quasi naturale, per chi riconosce nella solidarietà una forma concreta di costruzione della pace.

Perché la pace, come la donazione, non appartiene alle dichiarazioni astratte. Vive nei gesti quotidiani, spesso silenziosi, che tengono insieme le persone. Vive nella scelta di esserci, di contribuire, di non sottrarsi.

È in questo spazio, discreto ma reale, che continua a prendere forma.

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